• Francesca Ruberti

4. Un breve viaggio verso Kazan'

Lo scorso gennaio, in cerca di un inverno che tardava ad arrivare, sono salita su un treno diretto a Kazan'. Tra un mutare di profumi, temperature e fisionomie, ho scoperto per la prima volta una parte di Russia che non vedo l'ora di vedere di nuovo e conoscere meglio...


Straw hats

“La bellezza di viaggiare "in lingua originale", comunicando nella lingua madre dei locali..."


Quarto giorno di viaggio Kazan'



5 gennaio 2020


Quarto giorno di viaggio da sola per la Russia.

Sto scrivendo con un giorno di ritardo. È impressionante quanto velocemente si sbiadiscano i ricordi. Provo la stessa sensazione di quando, destata dal sonno, cerco di afferrare tutti i frammenti delle avventure oniriche che corrono lontano dalla memoria, in un remoto dimenticatoio. Ciò che ritengo di aver sognato, alla fine della caccia nei ricordi, è un’immagine deformata con i contorni imprecisi. Così sarà anche questa pagina di diario.

Le 10.00: mi sveglio tardi, era da quattro lunghi giorni che non riposavo. È una di quelle giornate dominate dalla lentezza. Sorseggio un tè prima di uscire e sull’uscio penso “oggi mi voglio perdere”. Mi dirigo in una direzione casuale e cammino per ore senza una meta precisa. Passeggio dentro al Cremlino, già nostalgica per la partenza serale. Fa molto freddo e inizia a nevicare. I fiocchi trascinanti dal vento forte mi pizzicano il viso. Entro nel Museo d’Arte di Kazan’. Passeggio lentamente per le sale, sulle pareti bianche si aprono finestre ad olio sui boschi, sulle colline innevate, sugli uffici sovietici, sui lungofiumi, sui panorami cittadini. Una di queste finestre di pennellate attira il mio sguardo indiscreto. Un bagno luminoso con una veste appesa alla parete, un calice di vetro verde sullo scaffale, un corpo femminile nudo di profilo. La donna non può vedermi, continuo a guardarla studiandone le forme per diversi minuti.





Una bufera di neve azzurrina da un’altra delle finestre ad olio, quella fuori dalle finestre di vetro è cessata. Ricomincio a vagare per la città. Ricordo il fruscio del vento gelido, odore di paprika e narghilè, la punta dei piedi insensibile, una signora che scivola sul ghiaccio e si rialza esclamando “ohi!”, lampade nelle vetrine, scialli luminosi, il “paf” di un mucchio di neve che precipita da un tetto (mi tengo sempre lontana dai tetti innevati, a Velikij Novgorod ho visto un signore passarvici sotto e uscirne infarinato e scontento). In questa stagione la città è ricca di contraddizioni. Alcune vie sembrano dei bazar, con mercati, gingilli, vesti colorate, pietre preziose, gioielli, spezie, miele, dolciumi alla cannella, frutta secca. La neve tutta intorno sembra lì per confondere il passeggiatore e per sfumare gli odori mediorientali. La strada più lunga della città, via Bauman, è in festa, in attesa del vicino Natale ortodosso.





Famiglie che passeggiano, vetrine illuminate, tintinnio di monete, strisciare di carte di credito, commessi che incartano regali di ogni genere, il rumore delle forbici che arricciano i nastri, telefonate per prenotare un tavolo in un ristorante. Mi lascio abbindolare dalla frenesia delle compere ed entro in un negozietto. Un sacco di cianfrusaglie mai viste mi chiamano a spender soldi, ma la fatica del viaggio mi fa riflettere sull’utilità degli oggetti. Comprare qualcosa mi appesantirebbe lo zaino, renderebbe il mio passo più lento e la mia schiena più curva. Questo minuto di raccoglimento ha destato una bella sensazione, aver saputo rinunciare a oggetti che non mi servono, dando più spazio a esperienze che mi arricchiscono ogni secondo. Mi sento leggera e torno a guardare, per un’ultima volta, uno degli scorci più belli di questa città. Lo squarcio del fiume Volga, che con lo scorrere delle sue acque ha inseguito i miei passi per quattro giorni. Ho notato che quasi sempre le mie camminate seguono la stessa direzione del fiume, come se fosse l’acqua a guidarmi verso luoghi sconosciuti.





Fa freddo ed è molto buio. Entro nella metropolitana e al prezzo di un plasticoso gettone grigio giro tutte le stazioni. La mia passeggiata rallenta con la sera e cessa con la notte.

L’1.30. Sono in stazione, la banchina è scivolosa. Raggiungo lentamente il mio vagone. Sono quasi pronta a lasciare Kazan’, città dai suoni, dai colori e dai sapori variegati. Ho apprezzato ogni secondo trascorso qua, e un po’ mi dispiace andarmene.

Mi vengono in mente alcune righe di Brodskij: “[...] per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla.”
















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Grazie per leggermi!

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