• Francesca Ruberti

3. Un breve viaggio verso Kazan'

Lo scorso gennaio, in cerca di un inverno che tardava ad arrivare, sono salita su un treno diretto a Kazan'. Tra un mutare di profumi, temperature e fisionomie, ho scoperto per la prima volta una parte di Russia che non vedo l'ora di vedere di nuovo e conoscere meglio...


Straw hats

“La conoscenza passa anche dai nostri sensi, viaggiando li coinvolgiamo tutti, inalando, gustando, toccando, ammirando e ascoltando luoghi nuovi..."


Terzo giorno di viaggio Kazan'



4 gennaio 2020


Terzo giorno di viaggio da sola per la Russia.

Sono nel Tatarstan, ancora un’ora per arrivare a Kazan’.

Le 4.00: “pesanti come un colpo”. Cade un paio di sci affacciato sul corridoio del vagone.

Le 4.10: cade una bottiglia di liquore vuoto alla signora che dorme sul lato. Apro gli occhi, anche Nataša si sveglia. La signora nota i nostri sguardi semichiusi su di lei e farfuglia una giustificazione. Per dimostrarci la sua diligenza in un batter d’occhio rimette a posto il materassino, il cuscino e le lenzuola usate durante il viaggio (qua è normale lasciare il posto letto meglio di come lo si è trovato). Mi rimetto a dormire.

4.18: un’ora a Kazan’. Tutti i passeggeri che scendono a quella destinazione vengono destati, uno ad uno, dalla voce di una pedante lavoratrice delle ferrovie. Dormo con i tappi per le orecchie, perciò la mia sveglia consiste in un energico strattone.

Fuori dal finestrino una striscia di luce dorata segna l’orizzonte e lo separa dal cielo nero. Il piccolo Ivanuška, che avrebbe proseguito fino a Iževsk, mi saluta calorosamente. Gli faccio una foto, dicendogli che così non avrei potuto dimenticarlo, e lui ne fa una a me.

Lascio il treno, ed esco dalla stazione. È ancora notte, corro al mio ostello. Mi accoglie un ragazzo di nome Džej che viene dall’Uzbekistan. Sono le 5.00 e il mio letto non sarà disponibile fino alle 14.00. Attendo l’alba chiacchierando con Džej, beviamo un tè e guardiamo un film.





Le 8.00, fuori c’è luce. Esco a passeggiare e chiedo indicazioni ai passanti. Parlo con tante persone, mi fanno domande, mi sorridono. Conto in tutto diciotto denti d’oro. I marciapiedi sono candidamente morbidi, ancora non è passato quel figuro da me tanto temuto: l’uomo che spala la neve. Dopo il suo passaggio di quei mucchi di neve scricchiolante rimane soltanto una patina traslucida di ghiaccio scivolosissimo. Salgo meticolosamente le rampe di scale che portano al Cremlino, ghiacciate e sdrucciolevoli. Per essere persone perfettamente puntuali durante l’inverno russo è necessario avviarsi con largo anticipo. Il tragitto potrebbe risultare impervio e riservarvi un bel tonfo.

Cammino intorno alle mura bianche del Cremlino, raggiungo la porta ed entro. Un palazzo bianco, una chiesa bianca con le cupole oro e celesti, un palazzo giallo, una chiesa con una cupola nera, un palazzo verde, un altro palazzo bianco... una moschea... una moschea?? Insolito in un Cremlino! L’elegante Qol-Şärif, bianca e azzurra, con le sue vetrate slanciate con mosaici che irradiano la timida luce invernale. La moschea è lì dal 2005, costruita per ricordare quella che per quattrocentocinquanta lunghi anni non c’è più stata, poiché quel casinista di Ivan il Terribile aveva pensato bene di buttarla giù. Ed è sempre lo zar Ivan a venirmi in mente mentre continuo a passeggiare. In fondo alla via v’è una torre storta, la Torre Sjujumbike. La storia di questa è intrisa nel mistero, ma la leggenda più famosa racconta che fu fatta costruire dallo zar russo in soli sette giorni durante l’assedio di Kazan’ nel 1552. Qui vi fu imprigionata l’unica donna ad aver guidato il khanato di Kazan’, Sjujumbike, che avrebbe deciso di morire gettandosi dalla cima della torre che ora porta il suo nome.





La mia passeggiata prosegue. Scendo dalle mura del Cremlino e passo in una strada elegantissima e deserta. Ho la sensazione di camminare in una gipsoteca. Architetture chiare che ricordano sculture, con intarsi e rifiniture dettagliatissime. Mi fermo a contemplare il Palazzo dell’Agricoltura, con il suo albero in bronzo che ne riempie l’arco centrale. Un signore che stava spalando la neve lì di fronte mi racconta che fino a una decina d’anni fa al posto di quell’edificio meraviglioso non v’era proprio un bel niente di interessante. Kazan’ è tutta ricostruita, si mostra giovane a chi la visita, eppure se ne percepisce l’anima antica. Cammino lungo il fiume Kazanka, congelato ed innevato. Sembra che l’inverno russo sia generato dai corsi d’acqua, come se il freddo uscisse dai fondali per diffondersi sulla terraferma.

Ad ogni mio passo le abitazioni si abbassano, tre piani, due piani, un piano. Sembra di entrare in un villaggio, in mezzo al quale spicca, slanciato e variopinto, il Tempio di tutte le religioni. Una croce cattolica, un minareto, la stella di David, una statua di Buddha, una cupola e una croce ortodosse, una sinagoga, una pagoda... Un edificio eclettico, che ospita simbolicamente ben sedici culti. Questo è ancora in parte da costruire, si respirano l’odore dell’impregnante per il legno e della calcina. Curioso in ogni stanza, scosto le porte, apro gli armadi, salgo gli scalini stretti e dissestati, scorro i titoli dei libri, mi affaccio dalle finestre multiformi. Adoro i luoghi dove si può rufolare.

Ho visitato ogni angolo del tempio, cangiante nei colori per l’abbassarsi della luce crepuscolare.





Sono le 15.30, decido di tornare all’ostello, con il passo alleggerito dal pensiero di un letto appena fatto. Allontanandomi dal tempio cammino tra innumerevoli casette di legno a un solo piano, che osservo ad una ad una, finché non noto un dettaglio familiare in un cortiletto: i panni stesi al vento, come per i vicoli italiani. Mi dimentico questa visione.

Salgo su un autobus, saluto la conducente che mi rivolge un sorriso interamente dorato, trentadue su trentadue. Mi tornano in mente i panni stesi al vento. Come mai non li avevo mai visti prima in Russia? Fuori la temperatura è di -6°C, penso a quei poveri vestiti cristallizzati.

Ore 16.00: tramonta il sole. Arrivo in ostello. Il mio letto è pronto, mi sdraio, sto per addormentarmi. Un uomo irrompe nella stanza pensando che non ci sia nessuno dentro e inizia a gridare al telefono. Non capisco ciò che dice. Capto alcune parole, il resto sono soltanto stringhe di suoni che non riesco a isolare. Vorrei affacciarmi dal mio letto per chiedergli (gentilmente, ovvio) di andare a urlare altrove, ma sono affascinata dalla lingua tatara. Lo lascio imprecare indisturbato per una ventina di minuti, così da poter ascoltare una musica nuova, a me sconosciuta. E così, per colpa della curiosità, perdo il sonno. Rinuncio a riposarmi e inizio a pregustarmi la cena. Esco per strada e metto in pratica una strategia infallibile per trovare un posto in cui si mangia bene. Seguo una famigliola di tatari, che cammina a passo sicuro in direzione di un ristorante. Entro dopo di loro da un alto portone. Mi trovo in un locale di legno e pietra, con i soffitti bassi, dei piatti di porcellana che vivacizzano le pareti, il tepore riscalda il mio viso e appanna i miei occhiali. Mi accoglie Pavel, un gentile cameriere che mi racconta storie sulla città e mi porta al tavolo svariate squisitezze. Il mampar, una zuppa uzbeka speziata e piccante, poi i manty, della pasta ripiena tipica del Caucaso, e per finire un piatto di montone, che credo di aver capito sia la carne che mangiano più spesso da queste parti. Pavel si mette a chiacchierare con me, stupito e confuso dal mio appetito. Mi confessa che, vista l’abbondanza e la pesantezza dei loro piatti, un simile banchettare non lo vedeva da un po’. Ascolto le storie di Pavel sulla sua città, e ormai insonnolita dalla crapula e dalle chiacchiere decido di rientrare. Penso a quanto sarebbe bello visitare tutto il Tatarstan e porto i miei sogni ad occhi aperti nel mondo onirico.













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Grazie per leggermi!

Dietro a questi racconti ci sono io, una viaggiatrice curiosa e instancabile. Se vuoi sapere qualcosa in più su di me, clicca qua!

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