• Francesca Ruberti

Ti invito a prendere un caffè al bar dopo la convivenza


Tratto da una delle storie più vere



Partita da una Milano torrida, a fine agosto, dopo tre ore di volo sono atterrata nel pieno autunno della città di Vilnius, agghindata con le sue foglie dorate. Mi trovo in questa città da ormai qualche mese, posso dire di avere una quotidianità, di riconoscere il corso delle mie giornate.




Torniamo però indietro nel tempo.

Profumo di gelsomino, afa soffocante, il vestito rosso svolazzante che mi solletica le ginocchia passeggiando tra le stradine di Veliko Tărnovo. Inizio agosto, l’immagine dell’orizzonte vibra per il calore dei sanpietrini. Una vetrina fatiscente attira la mia attenzione. Una quantità incalcolabile di cianfrusaglie, oggetti con una storia alle spalle, antiquariato posseduto da generazioni di bulgari. Entro nell’eclettica bottega in cerca di refrigerio, ma una volta dentro, il caldo è ancora più soffocante. Un anziano signore si volta verso di me, accompagnando il movimento con la sedia girevole sulla quale era spaparanzato. “Zdravejte! Moga li da vi pomogna? Tărsite li nešto specialno?” (Salve! Posso aiutarla? Sta cercando qualcosa in particolare?).

Smarrita tra gli scaffali e gli oggetti gettati in ogni angolo della piccola stanza polverosa, e con la mente annebbiata dalla temperatura insopportabile, inizio a guardare soltanto ciò che mi è vicino. Il mio sguardo si posa su una vecchia macchina fotografica in pessime condizioni. Per qualche coincidenza misteriosa, in ogni paese che visito trovo vecchie macchine fotografiche che diventano oggetti speciali e assumono un nuovo valore una volta che me ne approprio. Spesso, sempre per la stessa coincidenza misteriosa, trovo macchine di produzione sovietica. La mia amata Russia, quella terra piena di sorprese che mi manca tanto, si fa sempre un po’ sentire quando sono in viaggio. In questa modesta bottega bulgara, la macchina fotografica che attira la mia attenzione è una piccola Vilija, prodotta negli anni Settanta in URSS.



A questo punto, iniziano le vicende al centro di questo racconto.

Negli ultimi giorni in Bulgaria, un pensiero fisso, come un suono di sottofondo, mi preoccupava: dove trascorrere i mesi a venire? In un periodo di incertezza generale sul domani, ma anche sull’ora successiva, mi trovavo a dover prendere una decisione che avrebbe influenzato la mia vita per almeno metà, se non per tutto l’anno successivo. Proprio in quei giorni di inizio agosto, avrei dovuto confermare la mia partenza per un lungo periodo di studio a Vilnius, in Lituania. Lo scorrere dei miei pensieri si scandiva più o meno così “Vilnius", “corona virus”, “ma ci starò bene in un paese senza montagne?”, “altri mesi lontana da casa”, “però che bello imparare il lituano, la lingua più vicina all’indoeuropeo”, “ma ha senso trovarsi in un crocevia di culture senza poter oltrepassare i confini della Lituania?”, “il mio gatto…”. Ecco che la risposta era tra le mie mani, rappresentata da una piccola macchina fotografica sovietica da rattoppare. “Vilija”, proprio come il nome russo del lungo fiume che taglia in due la città di Vilnius, il fiume Neris. Un piccolo suggerimento, forse solo una banalissima coincidenza, ma finalmente avevo la risposta: partire!

Tutto questo preambolo solamente per dire che qua dove sono adesso, in Lituania, ci sono finita un po’ per caso.

Al mio arrivo vigeva l’imposizione di quattordici giorni di quarantena per chiunque entrasse nel paese dall’estero, estesa a chi proveniva dall’Italia soltanto qualche ora dopo il mio arrivo.

Torniamo al racconto. La mia permanenza qua inizia in una città deserta, che si preparava a riaprire le Università e i luoghi di lavoro. Trascorro due prime settimane meravigliose, sempre da sola ma mai solitaria, con la compagnia dello scroscio delle acque del Mar Baltico, dei colori violacei dell’alba, con i profumi del sottobosco, il sapore dei bulviniai blynai (tipici pancake di patate) e dei kibinai (dei panzerotti friabili ripieni, dal sapore esteuropeo), e con lo scricchiolio delle ruote di una bicicletta arrugginita che mi trasporta per chilometri in mezzo ai boschi e lungo dune di sabbia.



All’inizio della mia permanenza vivevo in un palazzone fatiscente ex sovietico nella zona di Baltupiai, lontanissima dal centro della città. Un paradiso, rispetto allo studentato in cui abitavo in Russia quando vi sono andata la prima volta.

Lo studentato in Est Europa: interni di legno, pavimenti scricchiolanti, listelli saltati, odore inconfondibile, condivisione totale. L’ultimo luogo in cui la vita è compatibile con le misure da adottare durante una pandemia.

Fino all’apertura dell’Università di Vilnius, in cui avrei iniziato le mie lezioni a metà settembre, le mie conversazioni si limitano a mettere in pratica quel poco di lituano che avevo imparato alla rinfusa prima di partire, e all’intromissione in dialoghi altrui ogni qualvolta sento parlare in russo.

Metà settembre, l’Università apre! Studenti da ogni dove, il cortile del campus invaso da suoni di ogni lingua. Fisionomie diverse, accenti che raccontano storie di luoghi lontani.

Un volto attira la mia attenzione, o meglio, soltanto parte di un volto. Occhi verdi, lucidi, con lunghissime ciglia nere.

Un ballo in mascherina a cui vorrei non essere stata invitata, ci si conosce e riconosce solo per metà volto.

Qualche giorno dopo, mentre aspetto l’inizio di una lezione interamente dedicata a uno dei miei scrittori preferiti, Fëdor Dostoevskij, lo stesso volto riappare. Un ragazzo entra nell’aula e si siede diagonalmente rispetto a me. Ho cercato di concentrarmi sulla vita di Dostoevskij, condita di curiosità e aneddoti, ma sempre distratta da quel volto che aveva attirato la mia attenzione. Talvolta si sente il bisogno di parlare con qualcuno senza un motivo, un dettaglio cattura la nostra vista, un’espressione del viso, un movimento del corpo. Il fatto di distrarmi durante una magistrale lezione sullo scrittore che mi ha portata a studiare la lingua russa, era un insolito e inaspettato segnale di quanto fossi curiosa di instaurare quella comunicazione. Come l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, incapace di agire se non all’ultimo secondo, mi riprometto di fermare quella persona a fine lezione, e dire qualcosa, fosse “ciao”, “hello”, “hola”, “sveikas”, o qualsiasi altro saluto imbarazzato per dare una risposta alla mia curiosità.

“Francesca, požalujsta, podoždite” (Francesca, per favore, aspetti un attimo”), le ultime parole che sento, che mi trattengono in classe a parlare con l’insegnante, e impediscono ogni mio slancio verso l’esterno, verso il contatto che andavo cercando.

Vorrei aprire una parentesi, che poi nemmeno mi piace chiamarla parentesi, poiché tra parentesi inseriamo le informazioni marginali, quelle che l’occhio salta più che volentieri durante una lettura. La mia non-parentesi, piuttosto chiamiamola digressione, riguarda la percezione del contatto con gli altri, la comunicazione e l’interazione a cui ci siamo accostumati da mesi. Si teme un abbraccio, si ha paura del respiro altrui, prima ancora di aver paura di fare una cattiva impressione o di dire qualcosa di sconveniente; crediamo ormai di essere adocchiati come un pericolo. Non sono mai stata timida, ma questo nuovo modo di interagire mi rende insicura. Si mette tra parentesi, quando si scrive di come ci sentiamo in questa situazione, anche quanto sia importante il contatto umano, una carezza, un gesto di affetto, una conversazione fatta di sguardi, gesti e sorrisi visibili.

Oggi: sorrisi mascherati, gesti guantati e occhiali appannati dal proprio respiro.

Tornando alla vicenda principale, dopo uno “Spasibo, do svidanija!” (“Grazie! Arrivederci!”) corro giù per le scale del vecchio palazzo universitario in cui mi trovo, superando le mura affrescate e i portoni di legno. Piombo nel cortile, ma non trovo traccia degli occhi che avevano destato la mia attenzione.

Nei due giorni a seguire mi riempio i polmoni con l’aria lacustre (anche voi che leggete, fate scorta di ossigeno tra una mascherina e quella dopo?) e nuoto nelle acque fresche del lago Balžis, accantonando quel momento di curiosità dei giorni addietro.



Nel fine settimana, in una serata apparentemente normale, in cui il rischio del contagio sembra un ricordo lontano, avviene un incontro casuale. Quel volto dietro a una maschera diventa un compagno di danze, qualcuno con cui conversare a lungo, di viaggi, sogni, aspirazioni. Ci salutiamo con la luce dell’alba, con la promessa di uscire qualche volta, e magari andarci a prendere un caffè al bar.

Una settimana dopo: 30 settembre. Con appresso le mie due pesanti valigie, salgo quattro piani di scale che sembrano non finire mai, per trasferirmi. Ecco che da un palazzone sovietico agli estremi della città, mi trovo a vivere “all’estero”, in una Repubblica autonoma all’interno di Vilnius. Ebbene sì, non vivo neanche più a Vilnius in questo momento, ma nella Repubblica Autonoma di Užupis, terra di artisti, con un tempio tibetano e panetterie fumanti ad ogni angolo della strada. Pianoforti lungo i canali, cravatte svolazzanti tra le foglie degli alberi, sportelli pieni di libri da prendere in prestito tra le mura delle case. Un paesaggio quasi fiabesco.



Užupis ha persino una propria costituzione, tradotta in tantissime lingue ed esposta lungo le pareti di una via!

Art. 1. Ogni uomo ha il diritto di vivere nei pressi del fiume Vilnelė, e il fiume Vilnelė ha il diritto di scorrergli accanto.

Art. 3. Ogni uomo ha il diritto di morire - ma non è un dovere.

Art. 8. Ogni uomo ha il diritto di essere piccolo e sconosciuto.

Art. 9. Ogni uomo ha il diritto di essere pigro e di oziare.

Art. 14. A volte si ha il diritto di non conoscere i propri doveri.

Art. 16. Ogni uomo ha il diritto di essere felice.

Art. 17. Ogni uomo ha il diritto di essere infelice.

Art. 23. Ogni uomo ha il diritto di capire.

Art. 24. Ogni uomo ha il diritto di non capire nulla.

Art. 38. Tutti hanno il diritto di non avere paura.


D’ora in poi, questo è il luogo che chiamerò “casa”.

Altre due settimane dopo: 12 ottobre.

Ricordate la persona che aveva attirato la mia attenzione tre settimane prima? Di punto in bianco ci troviamo a condividere gli stessi 12m2, al terzo piano del numero 51 di Olandų gatvė.

Lui originario di Madrid, io di Pisa, insieme comunichiamo in quattro lingue: inglese, spagnolo, russo e tedesco. Quattro lingue e un quarto, se ci aggiungiamo un po’ di italiano. Non ci diciamo più di dieci parole nella stessa lingua, e piuttosto che un sinonimo di compromesso, scegliamo il termine dell’idioma che meglio rende il concetto che vogliamo esprimere.

Qualcuno si chiederà cosa sia successo nelle tre settimane trascorse fino a questo momento, ma devo ammettere che tuttora faccio fatica a darmi una risposta.

Da un giorno all’altro ci siamo trovati a dover rispettare un’ordinanza che riduce la possibilità di uscire dalla propria stanza, è concesso soltanto fare una passeggiata o andare a fare la spesa.

Posso soltanto dire che di fronte all’impossibilità di uscire, di sedersi a un tavolo sorseggiando una birra, di passeggiare per un museo tra dipinti e sculture, di ballare assieme, l’unica alternativa sembrava spostare la curiosità di conoscersi, e spostarla tra quattro mura. Mi sono trovata immersa nei passatempi di un’altra persona, senza aver mai chiesto “cosa ti piace fare nella vita?”, magari di sfuggita, camminando sotto a degli alberi caducifoglie. L’altro, si è trovato circondato da pennelli, tele, e macchine fotografiche sovietiche che occupano i pochi scaffali che abbiamo. Non conosco il passato di questa persona, ma conosco ogni dettaglio di come dorme, so cosa gradisce mangiare, conosco il modo in cui studia, quante ore trascorre di fronte al computer, come ordina i vestiti nell’armadio. Non so se gli piace andare al cinema, ma conosco ogni sfumatura del tono della sua voce e so a cosa sta pensando in base a dove si trova nella stanza. Non so se gli piace andare ai concerti, ma conosco la musica che associa ad ogni momento della giornata e so come si comporta durante una lezione universitaria (seguiamo le lezioni seduti sul letto, poiché abbiamo una sedia in due, e nella stanza 316 vige il principio della par condicio).



Non ho mai visto come questa persona si comporta con i propri amici, ma ho assistito alle videochiamate con la famiglia lontana. Se non ci fossero le videochiamate, le conversazioni con i suoi genitori sarebbero pressappoco irrealizzabili, poiché loro sono non udenti. Non sapevo niente di tutto ciò, non ne avevamo mai parlato, finché un giorno, alzando gli occhi, lo vedo comunicare con il corpo e con le espressioni del viso, senza emettere un singolo suono. Coinvolta nella conversazione, mi sono sentita improvvisamente analfabeta, nonostante qui in Lituania stia studiando la mia settima lingua straniera. Abituata a cavarmela in ogni paese, trovando sempre un idioma di compromesso, adesso mi trovo a non riuscire a spingermi oltre a un saluto, con un gesto intuitivo. E così entro in contatto con un modo di comunicare fatto di segni, che spesso celano le storie, le leggende, le tradizioni, e la cultura di un paese. Segni, poi, che sono diversi da lingua a lingua.

Ad esempio, il mese di febbraio si esprime con la mano dispiegata, posta perpendicolarmente al volto, le dita unite, con il pollice che tocca il mento: questo segno ricorda le maschere di carnevale.

Il mese di marzo, invece, si indica facendo ondeggiare le mani a destra e a sinistra, poste di fronte al petto e parallele al terreno, gesto che ricorda il movimento del vento.

Il segno per indicare la Spagna coinvolge la mano destra e la spalla sinistra, ed è un movimento che ricorda il porsi un mantello sulle spalle, indumento che un tempo era tradizionale in quel paese.

Sono molti altri ancora i segni che celano una descrizione che rimanda a qualcos’altro. Conoscere il significato di un segno mi dà la stessa soddisfazione di risalire a un’etimologia e comparare le lingue che conosco.



Una delle cose che più trovo affascinanti nella lingua dei segni sono i nomi propri. Il nome si esprime con un segno che rappresenta qualcosa di peculiare della persona. Ometterò il nome a parole di questo ragazzo, ma indicherò il segno che lo definisce. Si gira l’indice destro nella fossetta sulla guancia destra, un po’ come noi italiani indichiamo che qualcosa è gustoso. Porta questo nome poiché le fossette che si formano sul suo viso quando sorride sono uno dei suoi tratti caratteristici.

Ahimè, non posso ricambiare la magia con cui mi vengono insegnati i vari segni, se non con qualche parola caratteristica del pisano più vernacolare.

Non ho mai sentito padroneggiare così bene un “deh” da un non autoctono, e termini come “troiaio” e “palloccoloso” sono diventati quasi iconici nella nostra comunicazione quotidiana. Fino a scoprire che un’espressione tanto cara a noi pisani come “se la mi’ nonna ave’a le r’ote era un carretto”, esiste pari pari in spagnolo: “Si mi abuela tuviera ruedas sería una bicicleta”.


Tornando a noi. Lui non sa che amo leggere per ore e ore sdraiata su un prato, ma conosce la sequenza con cui preparo la colazione al mattino. Non ha mai visto i vestiti che mi piace indossare per uscire, ma sa quanto mi dia soddisfazione mettere l’acqua della pasta sul fuoco. Non sa come organizzo un viaggio, ma sa che se mi vede alla finestra all’alba, incollata al vetro, è perché sta nevicando, e la conseguente passeggiata in mezzo alla neve è inevitabile.

Vilnius ci ha regalato boschi innevati, invasi dal silenzio, dove tutto è immobile.




Siamo pubblico e compagnia, lui il mio pubblico durante la prima esperienza di insegnamento della mia vita, di fronte a un computer, io durante i suoi esami. Compagnia quando ho parlato con i miei nonni da uno schermo dopo tanto tempo, e quando lui ha rivisto i suoi cani, confusi dalla voce familiare, e dalla vista di un volto decisamente più piccolo, proporzionato allo schermo.

Siamo l’uno l’insegnante dell’altro, lui quando mi ha insegnato a giocare a scacchi (e giuro che prima o poi vincerò io!) e quando mi insegna termini spagnoli che si imparano raramente al di fuori di un contatto con un madrelingua, o quando mi mostra i segni; io sono insegnante quando sciolgo qualche etimologia slava, o quando gli mostro come regolare il diaframma di una vecchia macchina fotografica.


E così, mi trovo a intersecare la mia quotidianità con quella dell’altro, di un altro che ho dovuto imparare a conoscere in modo cronologicamente opposto, dalla condivisione di una giornata intera, all’eccezionalità di una passeggiata all’aperto. I corridoi del palazzo sono diventate le nostre vie cittadine, la cucina condivisa ha preso il posto delle piazze gremite, la piccola scrivania della nostra stanza è diventata il tavolo di un bar e di un ristorante, gli altri inquilini di questo palazzo sono i passanti.


E adesso, questa quotidianità fittizia, che un po’ ci sta stretta e ci fa sognare viaggi in treno, spiagge deserte, montagne innevate, paesi lontani e lingue inaudite, proprio questa quotidianità costruita sul rispetto reciproco e sul tentativo di conoscere l’altro, in tutte le sue sfumature, in un contesto privato, si sgretolerà quando saliremo sul volo per tornare nei rispettivi paesi, in attesa di uscire finalmente per quel caffè, così da poterci finalmente sedere davanti a un tavolino, fare due chiacchiere e scoprire qualcosa di più l’una dell’altro.








Grazie per leggermi!

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