• Francesca Ruberti

2. Un breve viaggio verso Kazan'

Lo scorso gennaio, in cerca di un inverno che tardava ad arrivare, sono salita su un treno diretto a Kazan'. Tra un mutare di profumi, temperature e fisionomie, ho scoperto per la prima volta una parte di Russia che non vedo l'ora di vedere di nuovo e conoscere meglio...


Straw hats

“Viaggio da sola perché così facendo sola non sarò in nessun luogo..."


Secondo giorno di viaggio. Tra Nižnij Novgorod e Kazan'



3 gennaio 2020


Secondo giorno di viaggio da sola per la Russia.

Voglio iniziare a raccontare partendo dalla sera prima. La stanchezza accumulata e la vodka tracannata sulla funivia mi regalano tre ore di sonno profondo, dalle 18.00 alle 21.00. Dopodiché decido di alzarmi e trascorro qualche ora in salotto a leggere. Andrej, il proprietario dell’ostello, con l’intenzione di chiedermi se avessi bisogno di fare colazione l’indomani, mi trascina all’improvviso in una sinfonia di parole che faceva più o meno “colazione - mattina - domani - kurnik - casalingo - faccio l’impasto - mangi la carne? - appena uscito dal forno”.

L’ultimo pasto che ricordo è la cena precedente alla partenza, così, cullata dalla sinfonia culinaria riesco a malapena a sussurrare un “da” sognante.

Mi congedo da Andrej, che tira fuori un pacco di farina e si mette all’opera.





Dopo le tre ore di riposo profondo agevolato dalla vodka dormo decisamente male. Trascorro la notte in uno stato di dormiveglia e dall’alto del mio letto a castello vedo scene da film sovietico.

Le 4.00: Tatjana si alza per mettersi i bigodini.

Le 5.00: Vera si sveglia, corre in bagno e prima di rimettersi a dormire stappa una bottiglia di vodka, glu glu glu, butta giù un goccetto, va di fronte allo specchio e si pettina.

Le 8.00: mi arrendo, inizia ad albeggiare e decido di alzarmi. Entro in cucina e trovo Andrej con indosso un bisunto grembiule e una teglia con un kurnik (pasta lievitata ripiena) fumante tra le mani. Di nuovo la sinfonia: “kurnik - fatto in casa - patate, carne, cipolla, formaggio - ti piacerà - se ti avanza portalo in viaggio".

Mi siedo a tavola, di fronte a me un kurnik grande quanto un trentatré giri (l’avevo detto che era una sinfonia!), caldissimo e saporitissimo, e una teiera di tè nero.

Mangio con appetito, mi lascio da parte un pezzetto di kurnik da mangiare per strada. In ostello non c’è acqua potabile e io ho molta sete. Bevo la prima teiera. Ho ancora sete. Seconda teiera. Sei tazze colme di tè, sento il cuore accelerare i battiti. Lavo la teiera prima di farmi tentare a riempirla una terza volta.

Con un accenno di schizofrenia da teina torno in camera, impacchetto le mie cose e farfuglio un discorso di congedo alle mie signore, pieno di riconoscenza.

“Che fai? Te ne vai così, giovane italiana?” Ed ecco fatto, un motivo per aprire un cognac, tirato fuori da una borsetta rosa, alle 9.00 del mattino. Mi domando quali altre diavolerie contengano i loro bagagli. Mi vengono offerti un bicchiere e un cioccolatino, pretesto per raccontarmi una stravagante storia su dei lotti di praline che contenevano eroina. Brindiamo, mi baciano, mi abbracciano, mi invitano un centinaio di volte a visitare Samara e mi lasciano andare per la mia strada.





Giornata tranquilla, cammino, cammino ancora, cammino per ore. Visito la città, le vie principali, il Cremlino, passo di fronte a tantissime cupole dorate a forma di cipolla. In piazza una fiera natalizia, accarezzo dei pony fatati e passo accanto a una signora vestita da ogurec (cetriolino sottaceto). I bambini giocano a palle di neve.

Mi incammino verso la funivia per godermi ancora una volta la vista del Volga. La neve del giorno prima si sta squagliando.

Incontro la prima difficoltà del viaggio da sola. Io, il mio zaino, e le mie due macchine fotografiche che ornano pesantemente il mio collo (una digitale e una a rullini, sovietica) attiriamo sguardi indiscreti. Un uomo si avvicina, mi chiede dove stessi andando, io rispondo bruscamente. Lui si offre di indicarmi una scorciatoia. Avrei voluto comunicargli che è davvero difficile fidarsi di qualcuno che odora di cantina, ma mi limito ad allungare il passo. Insiste biascicando parolacce, rispondo maleducatamente alle sue imprecazioni e finalmente si dilegua. Viaggiare da sola ha i suoi fastidi, sto molto attenta e calibro bene il mio lessico russo da taverna insegnatomi dagli amici degli Urali.

In funivia chiacchiero con una famiglia di moscoviti in cerca di suoli innevati, dato che nella capitale l’inverno proprio non vuole arrivare.

Dopo il tramonto delle 15.30 mi infilo nel museo d’arte della città. Al secondo piano un teatro di chiaroscuri, luci, ombre, pennellate: “L’appello di Minin” del pittore K. E. Makovskij. D’altronde mi trovo nella città in cui quattro secoli fa Minin e Požarskij aiutarono a porre fine al Periodo dei Torbidi.





Mi perdo, nel dipinto, tra le scale del museo, e infine sulla via del ritorno.

Cammino per circa un’ora e, “a proposito della neve fradicia” (no, non il mirabolante capitolo di Dostoevskij) mi succede l’unica cosa che non doveva accadere. Camminando sulla neve a un certo punto sprofondo in una collinetta candida apparentemente solida, ma concretamente sfatta. Ho i calzini zuppi. E sì, ho delle scarpe adatte, degli stivaloni inaccessibili, ma l’acqua ha coperto talmente tanto i miei piedi che è riuscita a infilarsi nei passanti per i lacci. Corro in ostello, faccio il possibile per tamponare (letteralmente!) il danno ed esco per andare in stazione. Arrivo sempre in anticipo quando devo prendere un mezzo di trasporto, in larghissimo anticipo, in inutilissimo anticipo. Mi annoio per un’ora, ascolto nomi di città molto molto lontane dagli altoparlanti. Sogno a occhi aperti di viaggiare sempre più ad est. Annunciano il mio treno: Nižnij Novgorod - Iževsk, con fermata a Kazan’. Si parte!

Vado al binario, raggiungo il vagone numero 3, aspetto che controllino i biglietti a un’intera squadra di sciatori e salgo a prendere il mio posto. Nel corridoio ci sono sci dappertutto. Sul letto sopra al mio c’è Ivan, un bambino di Rostov incuriosito dalle mie telefonate in italiano. Inizia a parlarmi dei suoi sogni e dei suoi fratelli e mi intrattiene per un’ora sporgendosi e parlandomi a testa in giù. Non c’è cosa più difficile che parlare con un bambino in una lingua a noi straniera!





Di fronte a me due ragazze di Ekaterinburg, Nataša e Anastasia. Anche loro scendono a Kazan’. Ci siamo promesse una passeggiata insieme.

Mezzanotte: meglio dormire, mancano soltanto cinque ore a destinazione.








Grazie per leggermi!

Dietro a questi racconti ci sono io, una viaggiatrice curiosa e instancabile. Se vuoi sapere qualcosa in più su di me, clicca qua!

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